Fatti di vita
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Dal Libano - La forza dell’amore

Hoda N. lavora nel reparto recezione di un ospedale.
E’ nativa di un villaggio cristiano, interamente bruciato dai palestinesi.
Bassam arriva con un parente malato...

Lavoro nel reparto recezione e contabilità di un ospedale, Bassam arrivò una mattina, con un parente malato: Bassam non è libanese , ma palestinese e la sua nazionalità bastava a sconvolgermi nel più profondo, perché provengo da un villaggio cristiano che è stato interamente bruciato dai palestinesi e dal quale la maggior parte degli abitanti superstiti è sfollata, mentre tanti sono morti. Ho subito riconosciuto la sua nazionalità dal suo accento e dall’indirizzo. E dentro di me, ho detto: "Signore, ti prego, voglio testimoniare te, aiutami!"
Mi sono ricordata di quelle parole del Vangelo "Qualunque cosa hai fatto al minimo l’hai fatto a me".Dovevo riconoscere e amare nel suo volto il volto di Gesù.
Ho guardato Bassam in faccia e mi sono accorta che era spaventato, che non voleva svelare la sua identità. Ho rispettato il suo desiderio e non ho chiesto documenti né a lui né al malato che aveva accompagnato. Era un caso grave. Bassam mi ha detto che non aveva un’assicurazione e che non poteva pagare in anticipo le spese dell’operazione, come richiede il regolamento dell’ospedale. Ho cercato di superare il riferimento per quella ferita ancora aperta e gli ho detto che potevo aiutarlo.
I giorni seguenti ho avuto modo di assisterlo in varie occasioni.Era meravigliato: "Sono straniero, perché mi aiuti così?". E mi ringraziava sinceramente, toccato dall’amore che avevo per lui.
Il malato che aveva portato era in pericolo di vita e lo è stato per tutto il periodo della degenza in ospedale. Bassam era molto preoccupato per lui. Ho chiesto ai medici di curarlo il meglio possibile e di rassenerare i parenti in ansia.
Il giorno dell’intervento, Bassam è entrato commosso nel mio ufficio : "Ho visto gente accendere una candela davanti a una statuetta e, quando ho chiesto perché, loro mi hanno detto che era per il loro malato. Posso accendere una candela anch’io?".
"Certo, anche due – gli ho risposto –, vado a prendertele".
Mi ha chiesto cosa doveva dire accendendo la candela. Gli ho dato una preghiera che avevo con me e che dice: Credo in te, Signore, rafforza la mia fede, è su di te che conto, aiutami.
Poi ho aggiunto: "Non temere, la preghiera arriverà a Dio e anch’io pregherò per il tuo parente ammalato".
L’ultimo giorno di ospedale, quando Bassam è venuto alla cassa per pagare, mi ha detto: "Devo confessarti qualcosa che non sai".
"Non dirmi niente, so già tutto". Ho risposto
"Lo sai che non sono cristiano e nemmeno libanese?".
"Lo so dal primo giorno, per questo non ti avevo chiesto la carta d’identità".
Allora mi ha raccontato che aveva sempre avuto un’idea negativa dei cristiani. Poi ha chiesto di venirmi a trovare a casa, con sua moglie e sua madre. Abitava a più di un’ora e mezza dal mio paese. Ma sono venuti, tutti e tre.
A casa mia avevamo più tempo e libertà per parlare. Ho raccontato loro come avevo vissuto la guerra e quante miserie avevo subito. Avevo l’intuizione, confermata più tardi, che Bassam avesse partecipato ai combattimenti, durante la guerra. Nel corso della conversazione, mi ha chiesto più volte il perché del mio comportamento. Ho risposto semplicemente che la nostra religione è fondata sull’amore e sul perdono. Gli ho citato alcune frasi del Vangelo.
Mi ha raccontato che ha fatto vedere la preghiera che gli ho regalato a parenti e amici e che la dice spesso. Lui e la sua famiglia sono rimasti da noi molte ore: il tempo è fuggito e abbiamo deciso di costruire un’amicizia che duri per sempre.

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