Oltre le etnie
In questi mesi,
malgrado i disordini in città, ho continuato a vivere nella speranza che un giorno non
lontano nel nostro dilaniato Paese regni la pace tra tutti. Nel mio quartiere vivono
mescolati gli appartenenti ad etnie diverse. Questo significa ogni giorno morti sulle
strade, minacce, violenza, persone che approfittano della situazione incontrollabile per
il proprio tornaconto.
Pur in tanta desolazione, capisco che, se faccio spazio dentro di me a Dio Amore e lo
manifesto agli altri, lideale di unità sarà come un seme che alla fine
germoglierà in tutti i cuori. Posso coltivare ogni giorno questo seme dovunque mi trovi,
al lavoro o con i vicini di casa, senza mai far caso alletnia di appartenenza.
Così, ho stabilito legami veri con tante persone e, anche quando siamo stati costretti a
disperderci in altri quartieri per metterci al riparo dalla violenza, abbiamo continuato a
cercarci e a vederci di nascosto. Lamore tra noi è stato più forte delle divisioni
e della paura dei rischi che correvamo incontrandoci.
Purtroppo, però, non è così per tutti e molti mettono a repentaglio anche la vita pur
di non avere a che fare con gente di altre etnie ed incorrere in ritorsioni.
Sulla strada che percorro ogni giorno per andare al lavoro incontro sempre un uomo con una
piaga infetta alla mano. Gli ho domandato perché non va a farsi curare e mi ha risposto
che non ha i soldi necessari. Gli ho proposto di venire da me a medicarsi, mi pagherà
quando potrà.
È venuto un paio di volte, poi non lho più visto.
Lho incontrato di nuovo e gli ho chiesto perché non era più venuto a curarsi. Mi
ha detto che ha paura: di me che non appartengo alla sua etnia, di chi incontra lungo la
strada e dei suoi fratelli che potrebbero punirlo perché si è fatto curare da persone di
etnie diverse. Mi sono resa conto di come ormai in molti abbiano perso ogni fiducia negli
altri. Ho sentito che dovevo amarlo fino alla fine e interrompere questa catena di odio e
di pregiudizi: ho deciso allora di portare con me il materiale sanitario necessario per
rifargli la fasciatura ogni giorno, al ritorno dal lavoro.
Un posto tranquillo in cui medicarlo mi è sembrato, in mancanza di meglio, il piccolo
rifugio di legno dove sostano a volte i soldati addetti alla vigilanza nel nostro
quartiere. Ho chiesto loro il permesso e me lhanno accordato, un po sorpresi e
curiosi nel vedere che curavo una persona di unaltra etnia.
Sistemata la fasciatura, mi sono accorta di aver dimenticato a casa le forbici. Mi son
guardata intorno in cerca di qualcosa che fosse adatto a tagliare la benda e, subito, il
soldato che mi guardava mi ha offerto, con molta gentilezza, la sua baionetta. Il ferito
era sbalordito e contento, sia per la premura dei soldati sia per la mia determinazione a
curarlo.
Mi ha detto che non pensava esistessero persone che non fanno dellappartenenza
etnica una barriera.
È stata per me una conferma in più che lamore è lunica soluzione ai nostri
problemi.
Spes
(Burundi) |