Fatti di vita
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Dall’Albania a Israele

"Siamo albanesi e ci siamo trasferiti in Israele, con i nostri due figli, nel 1991. Antonietta è ebrea e io cristiano. Nati e vissuti in un paese comunista, dove qualsiasi forma di religiosità era proibita, quel poco che sapevamo di Dio ci era stato insegnato di nascosto dai nostri genitori.
In Israele ci siamo trovati a fronteggiare le tante difficoltà, pratiche e psicologiche, degli immigrati.
Per questo, l’incontro con la spiritualità dell’unità è stato folgorante. Abbiamo riscoperto le radici della fede profonda che, anche se soffocata fino a quel momento, viveva comunque dentro di noi".

"In più, arrivando in Israele – prosegue Antonietta –, ci siamo stabiliti in una città tutta ebraica e abbiamo immediatamente respirato il clima di tensione tra ebrei ed arabi. Invece, agli incontri delle persone del Movimento dei Focolari, partecipavano anche diverse coppie arabe e ci siamo accorti di come il clima di fraternità coinvolgesse tutti indistintamente. Ci siamo trovati in una grande famiglia, pur fra persone di religioni e di culture diverse. In quei momenti, il contrasto con l’esperienza della vita quotidiana era stridente. Ci è nata dentro la certezza che se l’unità è possibile in un piccolo gruppo, si può realizzare in più larga scala anche tra i popoli. Ma noi per primi dovevamo iniziare a costruirla".

È Michele che continua: "Pian piano, mi sono accorto che cominciavo a ragionare con una mentalità nuova. Per esempio, al lavoro un collega aveva bisogno di un paio di scarpe speciali contro l’umidità. Io ne avevo un paio di riserva che, in un primo momento, avevo pensato di vendere a causa delle ristrettezze economiche. Ho regalato al mio collega le scarpe che avevo in più e, nel farlo, ho provato una gioia nuova, mai sperimentata prima".

Antonietta lo guarda con affetto: "Vivere la pace in un clima di guerra mette continuamente alla prova il nostro rapporto con Dio. Nostro figlio, lo scorso anno, ha fatto il servizio militare. In quel periodo, la tensione tra il nord d’Israele e il sud del Libano era fortissima. Ero molto preoccupata che lui dovesse partire per il fronte. Davanti alla paura e al dolore di non poter far nulla, ho sentito che il mio costruire la pace in quel momento era continuare a crederci e chiederla a Dio con insistenza. Questo mio nuovo modo di pensare ha vinto in me, ebrea, la paura che il mondo arabo mi incuteva. Sono crollate molte barriere ed ora ho delle amiche arabe con le quali cerchiamo di conoscerci, di apprezzarci e di lavorare per la pace. Abbiamo aperto la nostra casa a chiunque voglia impegnarsi con noi per l’unità e la pace: siamo già una ventina di famiglie, di diverse religioni, che nella nostra città vivono e credono in un mondo diverso".

"Mesi fa – interviene Michele –, subito dopo gli attentati di Tel Aviv e di Gerusalemme in cui sono morti molti innocenti, avevamo organizzato un incontro di due giorni in un paese vicino ad una delle città colpite. Sembrava non si potesse più tenere perché anche i collegamenti stradali erano difficili e pericolosi. Invece, siamo arrivati in tanti, ebrei, cristiani e musulmani, e sono stati giorni bellissimi, di profonda comunione. Abbiamo sperimentato ancora una volta che Dio è fra noi e ci dà la forza di andare sempre avanti sulla strada dell’unità, nonostante tutto quello che succede intorno".

Antonietta e Michele S.
(Israele)

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