Sono nata a Man, una
cittadina appoggiata su verdi colline, nella zona geograficamente più interessante della
Costa dAvorio.
Dalla mia casa si vede chiaramente il monte Toukoui, la cima più alta del mio paese, e
qui sono cresciuta serenamente, insieme a nove fratelli e con i miei genitori, fino a
quando mio padre ha iniziato a frequentare una donna e a trascurare la famiglia.
Da quel momento, latmosfera in casa è diventata insopportabile, carica di tensioni
e di malumori che sfociavano a volte in liti furiose.
La mamma piangeva spesso. Noi figli eravamo disorientati di fronte a questa situazione,
inaspettata e per noi inaccettabile. Vivevamo tutti oppressi da un malessere che si
accresceva di giorno in giorno.
In questo periodo travagliato avevo circa tredici anni e iniziavo a frequentare delle
ragazze come me che cercavano con semplicità, più con i fatti che con le parole, di
vivere il vangelo e di guardare gli avvenimenti e le persone che incontravano ogni giorno
alla luce dellamore di Dio.
Frequentandole, mi sentivo a mio agio, valorizzata, amata, e il carico di amarezze che mi
pesava sul cuore mi sembrava più facile da portare.
La situazione è però precipitata, perché la mamma, esasperata dal difficile rapporto
con mio padre, ha deciso, ad un certo punto, di lasciare la nostra casa.
Per me è stato un momento terribile: mi sono sentita sola e stavo male, mi chiedevo come
fare a vedere lamore di Dio in quello che stava accadendo, come fare ad amare ancora
mio padre e come aiutare mia madre.
Sapevo che Gesù mi ama e mi è vicino, ma non riuscivo più a formulare un solo pensiero
che non finisse con un gigantesco punto interrogativo. Dentro di me si era rotto qualcosa
e lunica parola che mi martellava nella testa e nel cuore era: perché?
La nuova moglie del papà è venuta ad abitare con noi, ma né io né i miei fratelli
riuscivamo a legare con lei e ad accettarla. Soprattutto il più grande di noi la
rifiutava e litigava costantemente con lei e con nostro padre.
In questa situazione conflittuale, anche papà era sempre più infelice: ha iniziato a
bere, a smettere progressivamente di prendersi cura di se stesso e di tutta la famiglia, a
vivere solo e afflitto. Ci sembrava, a volte, di vivere in un incubo.
Per risollevare un po la nostra famiglia e permetterci di frequentare regolarmente
la scuola, alcuni zii hanno iniziato ad ospitarci a turno nelle loro case.
Col passare degli anni si sono formati due clan allinterno della mia famiglia: da
una parte mio padre con sua moglie e i loro bambini, dallaltra i miei fratelli. Io
mi sforzavo di non parteggiare per nessuno dei due gruppi e di non farmi coinvolgere nelle
loro dispute. Lunica cosa che avrei voluto era riavere una famiglia vera e un clima
di affetto sincero, invece mi ritrovavo sempre da sola, impotente, a chiedermi: perché?
Nei momenti bui è stato il rapporto con le mie amiche con cui cerchiamo di vivere
il vangelo a darmi la forza per continuare ad amare tutti e due i clan.
Ogni volta che ci incontriamo e ci raccontiamo i nostri reciproci passi nel vivere le
parole del vangelo, si ristabilisce tra noi un clima di unità che dà nuova luce e vigore
a tutte.
Una sera in cui mi sentivo a terra, bloccata dentro il dolore del mio problema familiare,
ho riscoperto, con il loro aiuto, Gesù vicino proprio nei momenti per lui più dolorosi,
quando sulla croce ha gridato al Padre: "Dio mio, perché mi hai abbandonato?"
4.
Così, acquistava un senso molto più profondo ogni "perché?" lacerante che
anchio mi sentivo dentro. Unito a quello di Gesù, il mio "perché?" si
rivelava sempre di più una perla preziosa da trasformare in un amore per tutti più
grande e concreto.
Durante lanno abitavo con gli zii e mi impegnavo il più possibile a scuola. Ad ogni
vacanza tornavo a casa e cercavo di darmi da fare, iniziando dalle piccole faccende
domestiche.
Molte volte, la sera, trovavo mio padre, ubriaco, addormentato fuori della porta di casa
nostra. Mi si stringeva il cuore a vederlo in quello stato. Allora, lo portavo nella sua
stanza, lo mettevo a letto e facevo per lui il possibile affinché si sentisse amato anche
nei momenti in cui lui per primo non si amava.
Finita la scuola, ho iniziato a frequentare luniversità ad Abidjan, la capitale,
situata sulla costa, una città moderna a quasi cinquecento chilometri da Man.
Il rapporto con mio padre diventava sempre più difficile: non riuscivo a trovare in lui
una breccia che mi permettesse di parlargli e di ricostruire il colloquio e
laffetto. Imputavo a lui e a sua moglie tutte le sofferenze della mia adolescenza.
Mi sentivo offesa e tradita, usurpata dellaffetto di una famiglia, costretta a
crescere da sola proprio negli anni in cui maggiormente avrei avuto bisogno
dellappoggio dei miei genitori.
Ho deciso, ad un certo punto, che non volevo più vedere mio padre.
Ad un incontro con le mie amiche non sono riuscita più a trattenermi e ho sfogato la mia
rabbia: "Voglio vendicarmi del male che lui e sua moglie mi hanno fatto. Andrò a
casa loro e distruggerò tutti i beni di lei perché è lei quella che ha smantellato la
mia famiglia e ha preso a forza il posto di mia madre".
Ero fuori di me dal dolore per tanto tempo sopportato in silenzio.
Avevo perduto la parte più vera di me, il rapporto con Gesù, che in tante occasioni mi
aveva dato la gioia e la forza di reagire con lamore alle difficoltà e alle
incomprensioni.
Le altre hanno ascoltano il mio sfogo fino in fondo: partecipi, non mi hanno però
giudicata per quello che dicevo. È stato un momento molto forte. Quel peso, prima
insostenibile, ora lo portavamo insieme.
Il fuoco dellamore che si era spento, si è riacceso in me più forte di prima.
Ho ripensato alla frase di Gesù: "Perdona settanta volte sette" 5. Era più
difficile che vendicarsi, ma volevo con tutte le forze impegnarmi a perdonare veramente
mio padre.
Farlo non è stato semplice: ho avuto tanti slanci e cadute, ma tutto serve.
Quando mi sono laureata non riuscivo a dirlo a mio padre: mi mancava ancora il coraggio di
riavvicinarlo.
Ho trovato un impiego in unazienda. A quel punto, mia madre, con la quale ho un bel
rapporto, mi ha spinta a chiamare papà per informarlo.
Ho esitato, poi ho capito che era venuto il momento di fare un passo concreto verso di
lui.
Lho chiamato al telefono. Lui era felice di sentirmi e orgoglioso dei risultati che
avevo ottenuto. Mi ha mandato del miele e ha iniziato, da allora, a darmi regolarmente,
ogni settimana, notizie di sé e della sua vita.
Ero commossa nel raccogliere i frutti inaspettati del mio sofferto,
piccolo gesto di perdono vero. Posato finalmente il giogo del rancore, mi sembrava che
tutto, anche le minime cose fossero più luminose, più belle e più facili. Capivo che
quando Gesù entra nella nostra vita la trasforma e non ci lascia più soli.
Poi, mio padre è venuto a trovarmi: abbiamo parlato a lungo e lui mi ha confidato i suoi
problemi e i suoi sforzi per liberarsi dalla schiavitù dellalcool. Mi ha lasciato
in consegna una somma di denaro per sostenere negli studi i miei fratelli.
Quando è ripartito non saprei dire chi dei due fosse più sollevato, se lui o io, per
questo rapporto tra noi che è ricominciato daccapo dando calore ad entrambi.
Con la scusa dei soldi da amministrare, ho riunito i miei fratelli e tutti insieme abbiamo
deciso di mettere una pietra su quello che è stato. Abbiamo progettato di fare una
sorpresa a nostro padre e di andarlo a trovare a casa sua.
Da quel momento abbiamo iniziato tutti a guardarlo con occhi nuovi, perché trovi in noi
la forza e laffetto che gli mancano.
Ora sono veramente serena e ho ritrovato la voglia di vivere.
Sylvie F.
(Costa dAvorio)