"Amare il nemico del mio popolo"
esperienza dal Guatemala sulla parola di vita di dicembre:
"Nulla è impossibile a Dio" |
Noi indigeni siamo la maggioranza della popolazione guatemalteca, il 60%. E siamo sempre
noi quelli che abbiamo, in sofferenza, il peso maggiore. Il mio popolo vive in piccole
comunità con costumi e lingue propri, ma emarginate e in condizione dinferiorità e
dipendenza economica.
Sono la maggiore di 12 figli. Fin da piccola avevo delle responsabilità
nella famiglia e ho dovuto lavorare molto presto per sostenerla. Alla dura realtà della
mia infanzia si aggiungevano le percosse di papà: sfogava su di me i problemi con il
nonno, nella cui casa abitavamo. Era così amaro il nostro rapporto da arrivare a pensare
che non fossi figlia sua. Crescendo, si sviluppava in me una totale ribellione verso di
lui e verso tutto ciò che faceva.
A ciò si aggiungeva la dolorosa presa di coscienza dessere diversa: ero indigena.
Avevo otto anni, cominciavo a frequentare la scuola. Un giorno una compagna dice alle
altre: "A quella (ero io) non parlatele: è indigena". Io, però, non mi sentivo
diversa da loro: potevo sorridere, parlare, amare, sentire le cose che loro sentivano.
Anche allinterno del nostro gruppo etnico cera divisione e quelli che
riuscivano ad emergere disprezzavano gli altri.
Sognavo di studiare diritto per difendere il mio popolo
dalloppressione, vendicando le ingiustizie e il disprezzo ricevuti. Ancora alla
scuola media, però, ho dovuto interrompere gli studi per sostenere la mia famiglia. Sono
stata assunta in una fabbrica tessile dove lavoravo da 11 a 15 ore al giorno: un ambiente
pieno di rivalità.
Sfruttamento e stanchezza, comunque, li affrontavo volentieri pur di evitare
ai miei fratelli la sofferenza e il disprezzo che avevo subito io. Poco alla volta ho
ripreso a studiare di notte, ma più del sacrificio sentivo una gran forza di lottare per
raggiungere io e la mia famiglia una posizione migliore.
Ad una Mariapoli, lincontro con lIdeale, la scoperta di un mondo nuovissimo
che mai avrei pensato esistesse. Mi colpiva soprattutto vedere che persone di differente
condizione sociale, di razze differenti si amavano, pronte a dare la vita a vicenda.
Vedevo comporsi una società nuova dove davvero ciascuno è uguale allaltro: tutti
con la stessa dignità di figli di Dio.
Ed è iniziata una piccola, ma vera, rivoluzione. Una cosa, però, non
riuscivo a superare: il rancore verso papà. Capivo di dovergli chiedere
scusa..."Nulla
è impossibile a Dio"Nulla
è impossibile a Dio"
A Lui potevo chiedere qualsiasi cosa
. E stato un
momento fortissimo di riconciliazione e ho sentito entrare in me un amore nuovo e più
profondo.
Cera ancora da far crollare la barriera verso quanti
disprezzavano il mio popolo.
Capivo che Dio mi chiedeva di andare oltre queste ferite. Attraverso
unesperienza concreta di perdono è entrata in me la libertà damare tutti,
senza distinzione: e non solo perdonare, ma essere disposta a dar la vita per chi, da
sempre, si era mostrato mio nemico, nemico del mio popolo.
Aprendomi allaltro, lo sperimento, si arricchisce il mio essere guatemalteca
e allo stesso tempo mi scopro parte di un popolo nuovo, quello di Dio.
A. E. Guatemala
(02-12-1999) |