Presentazione del progetto di Economia di Comunione
di Alberto Ferrucci
CONVEGNO INTERNAZIONALE SU
ECONOMIA DI COMUNIONE
Piacenza, 29 gennaio 1999
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Chiara Lubich - lo
abbiamo ascoltato stamani - ha lanciato nel 91 il progetto di Economia di Comunione,
per venire incontro almeno alle prime necessità dei molti brasiliani in difficoltà
economiche che condividevano il suo ideale dellunità.
Non essendo sufficiente per
raggiungere questo obiettivo la sola comunione del superfluo in uso nel movimento dei
focolari, Chiara Lubich aveva prospettato, nel pieno rispetto della libertà personale,
una "comunione produttiva" dei talenti e delle risorse economiche dei brasiliani
che condividevano il suo ideale, in modo che nascessero aziende, finanziate dal poco di
tanti, in grado di creare le risorse mancanti.
Risorse che oltre a servire allo
sviluppo aziendale, alla creazione di posti di lavoro, ed a far fronte alle necessità
economiche dei poveri avrebbero dovuto servire anche per finanziare la formazione di
"uomini nuovi" informati dalla cultura evangelica del dare, della condivisione.
Il progetto di Chiara Lubich non è rimasto sulla carta, e dopo otto anni sono circa
seicento cinquanta le aziende che vi hanno aderito. I primi sono stati i brasiliani,
alcuni lanciandosi subito in iniziative produttive, localizzate accanto alla cittadella di
Araceli, presso San Paolo, mentre altri imprenditori le cui aziende erano situate in altre
zone del Brasile chiedevano di poter aderire anchessi condividendo i loro utili ed
adeguando la gestione delle loro aziende ai principi di comportamento, previsti per le
aziende di economia di comunione.
Il progetto si diffondeva dapprima in Argentina, poi in Italia e nel nord Europa,
soprattutto in Germania, ed infine negli Stati Uniti ed in Asia nelle Filippine. Intanto
in Brasile nasceva la ESPRI, la prima società a capitale diffuso con oltre tremila
azionisti - alcuni dei quali gruppi di abitanti di favelas che hanno unito i loro pochi
soldi per comperare una azione - che si incaricava di organizzare e gestire le strutture
di un piccolo polo industriale accanto alla cittadella dove il progetto aveva preso
origine.
In questo polo industriale oggi
operano cinque aziende, una produce abbigliamento sportivo, unaltra grandi manufatti
di plastica, una terza detergenti e disinfettanti industriali, mente una quarta
distribuisce medicinali ed alimenti per sportivi ed una quinta, appena avviata, fornirà
servizi finanziari e gestionali alle aziende del polo ed a quelle collegate a questo
progetto nellAmerica Latina.
Da un gruppo di industriali tedeschi
è nata inoltre in questi anni la Solidar Capital, una finanziaria che fornisce capitali
ed assistenza manageriale, per lo sviluppo di aziende di questo tipo in paesi quali
lEst Europeo ed il Vicino Oriente Mediterraneo.
Gli utili versati ed i contributi
raccolti dalle aziende che ormai operano in quarantatre diverse nazioni, sono stati
distribuiti ogni anno in America Latina, in Asia, in Africa, e nellEuropa
dellEst, dove maggiori erano le necessità, tramite apposite commissioni volontarie
di imprenditori e di persone qualificate.
Davanti a questi fatti, ci si può chiedere perché tanti imprenditori abbiano aderito al
progetto, e perché altri abbiano deciso di diventare imprenditori proprio per poterlo
fare.
Una domanda interessante, visto che
il progetto presuppone che gli imprenditori rischino tempo, capacità e denaro per
produrre utili che in buona parte non saranno destinati per fini a cui sono abituati.
Utili che inoltre devono originare da una gestione aziendale trasparente, con il pieno
rispetto dei lavoratori, della legalità e dellambiente, un tipo di gestione che in
molte nazioni del mondo viene considerata, se non impraticabile, certamente molto
impervio.
Viene da chiedersi se questi imprenditori siano persone diverse dagli operatori economici
che conosciamo, o se invece si è in errore quando si considera limprenditore
secondo lo stereotipo dellegoista razionale, orientato solo a puntare al profitto.
Luigi Einaudi, economista di impostazione liberale e nostro Presidente della Repubblica,
con alcune righe che spesso si trovano incorniciate negli uffici degli imprenditori, aveva
già fatto intravedere motivazioni molto più complesse: "milioni di individui
lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che possiamo inventare per
molestarli, incepparli, scoraggiarli. E' la vocazione naturale che li spinge, non soltanto
la sete del denaro. Il gusto, l'orgoglio di vedere la propria azienda prosperare,
acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti,
abbellire le sedi..., costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il
guadagno. Se così non fosse, non si spiegherebbe come ci siano imprenditori che nella
propria azienda prodigano tutte le loro energie ed investono tutti i loro capitali per
ritrarre spesso utili di gran lunga più modesti di quelli che potrebbero sicuramente e
comodamente ottenere con altri impieghi."
Chiara Lubich, lanciando il suo progetto, dice di credere nel suo successo proprio in
forza della natura profonda dell'essere umano, e quindi anche dellimprenditore:
"A differenza dell'economia
consumista, basata sulla cultura dell'avere,
l'economia di comunione è l'economia
del dare.
Ciò può sembrare difficile, arduo,
eroico, ma non è così
perché l'uomo, fatto ad immagine di
Dio, che è Amore,
trova la propria realizzazione
proprio nell'amare, nel dare.
Questa esigenza è nel più profondo
del suo essere,
credente o non credente che egli sia.
E proprio in questa constatazione,
suffragata dalla nostra esperienza,
sta la speranza di una diffusione
universale della economia di comunione."
Da questa economia del dare che Chiara Lubich propone, sta in effetti venendo alla luce un
imprenditore insolito, che stabilisce nellambito dellazienda, con i suoi
interlocutori, con la società in cui vive rapporti di impensata apertura.
Chi è alle leve del comando è, che lo scelga o meno, un solo, lo so per
esperienza diretta sia come responsabile di una grande azienda privata che poi quale
imprenditore. Solo nella società civile, da cui spesso è più temuto ed invidiato
che amato, solo allinterno dellazienda, chiuso nel "deferente
isolamento" che spetta a chi ha il potere di decidere, dietro lultima porta
della direzione aziendale, dei destini dei collaboratori.
Solo nei rapporti aziendali,
in cui riveste un ruolo che lo obbliga a recitare la commedia delle certezze sul
futuro dellazienda, solo nel convivere con il pungolo implacabile del doversi
inventare nuove opportunità da rendere produttive, conscio che quelle del presente non
dureranno per sempre, e che solo una piccola parte delle prospettive che si è inventato
si riveleranno valide allesame del conto economico e del mercato.
Limprenditore di economia di comunione non è più solo: egli rischia
del suo per creare posti di lavoro, aiutando i poveri e sostenendo un progresso culturale,
si sente di conseguenza parte ed espressione della comunità per cui opera, e soprattutto
può anche lui bussare ad una porta, rivolgendosi ad un Padre pronto ad assisterlo.
Nella sua attività a favore di
poveri e della formazione culturale applica il principio di sussidiarietà svolgendo una
funzione di interesse generale, e la società civile è portata a considerarlo un amico
prezioso di cui condivide la soddisfazione per i successi dellazienda, anche senza
possederne quote azionarie: lazienda diventa un bene sociale.
Credendo che la reciproca stima,
lunità di intenti e la apertura agli interlocutori e alla comunità è vero
elemento di innovazione nella gestione aziendale, limprenditore è spinto - in un
processo che avviene anche in tempi lunghi e nel rispetto i ruoli di ciascuno - a trovare
ogni via perché questa atmosfera di condivisione, di empatia si realizzi in modo stabile.
Una atmosfera in cui se è
credente sa riconoscere la presenza del divino, di Gesù che opera tra gli uomini
come ha promesso a coloro che costruiscono, operando nelle cose umane nellamore
reciproco, il Suo Regno.
Nelle aziende di economia di comunione, tra i credenti questa Presenza viene considerata
con naturalezza e normalità: Dio è a volte considerato un Socio Nascosto,
impegnato come gli altri a lavorare per limpresa, con i suoi infiniti talenti e
risorse: è un Suo dovere, visto che riceve la sua parte di utili, attraverso quegli
ultimi che ha chiesto di considerare altri Sé.
Ne proviene concordia e pace nel posto di lavoro ed atteggiamenti spesso inaspettatamente
positivi negli interlocutori esterni allazienda, clienti, fornitori, pubblica
amministrazione, che si rivelano elementi fondamentali per la crescita aziendale.
Operare per qualcosa di positivo, per una nuova cultura: ecco una potente motivazione che
coinvolge imprenditori, lavoratori, coloro che hanno bisogno di essere aiutati e quanti
operano per approfondire se da questa vita non possano nascere nuovi indirizzi culturali e
di dottrina economica: operare per un mondo unito in cui legoismo razionale venga
ridimensionato per far posto alla consapevolezza di appartenere allunica famiglia
umana.
Operare per poter dimostrare con
lesperienza concreta di tante aziende che un modo diverso di fare economia
nellambito del mercato è possibile: una sfida condivisa anche da imprenditori di
culture diverse, anchessi impegnati a costruire un domani possibile per le future
generazioni.
Una diversa cultura economica che potrebbe servire per orientare il futuro
dellumanità, trascinata in una via dagli esiti incerti dalla globalizzazione dei
mercati, che impone un tipo di sviluppo, che ha già compromesso la salute del pianeta pur
essendo stato adottato solo dal quindici per cento della popolazione mondiale.
Una cultura economica di comunione
permetterà di evitare di ripetere linevitabile scivolare verso conflitti
generalizzati verificatosi nellultimo secolo a seguito di situazioni di recessione, quale quella che oggi
sta emergendo, anche a causa della riduzione delle spese per armamenti dopo la caduta del
muro di Berlino.
Con una cultura economica diversa da quella spesso ritenuta oggi lunica possibile,
sarebbe possibile trasformare davvero "le spade in falci ed aratri", il
che oggi significherebbe impegnarsi a fondo per la conversione industriale verso
tecnologie compatibili con uno sviluppo sostenibile, per la costruzione di abitazioni ed
infrastrutture adeguate nelle megalopoli nei paesi in via di sviluppo, per la lotta alla
desertificazione in paesi senza interesse strategico, per la lotta allanalfabetismo.
Gli imprenditori, i lavoratori, gli
studenti, i poveri legati alleconomia di comunione vivono cercano di realizzare
questo sogno che tutti possono condividere, ben sapendo che in un mondo spesso mosso dalla
ricerca del tornaconto individuale non avranno quella vita più facile che sarebbe
possibile se la cultura del dare, questo "disarmo economico" come ci piace
definirlo, diventasse cultura comune.
Noi che abbiamo scelto leconomia di comunione, non ci preoccupiamo nel vedere che
rispetto alle dimensioni delleconomia mondiale quanto realizzato è di dimensione
più che trascurabile, ed è anche modesto rispetto allimpegno personale ed alle
risorse che vi poniamo: consideriamo le nostre aziende come impianti pilota
costruiti per produrre prodotti nuovi: per essere messi a punto essi richiedono molte
risorse, ma una volta trovate le nuove formule, produrranno una ricchezza che oltre che
per noi potrà diventare anche patrimonio di tutti.
(02-03-2002) |