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Quale visione dell’ uomo e della società ?

di Vera Araujo

CONVEGNO INTERNAZIONALE SU ECONOMIA DI COMUNIONE
Piacenza, 29 gennaio 1999


Giustamente, in quest’ultimo decennio che precede il terzo millennio, è venuto molto in evidenza il tema dello sviluppo nel quadro della crescita dell’economia mondiale e della globalizzazione.
Una serie di vertici internazionali ha segnato questa preoccupazione generalizzata: Ambiente e sviluppo a Rio de Janeiro, Popolazione e sviluppo al Cairo, Donne e sviluppo a Pechino, Sviluppo sociale a Copenaghen.
Tutto ciò ha rappresentato una sottolineatura: lo sviluppo è al centro della vita economica, è il fine dell’agire economico, è l’obiettivo dell’attività economica.
Quasi parallelamente la teoria economica attraverso economisti di indiscusso valore come il premio Nobel 1998, l’indiano Amartya K. Sen, ha messo a punto una nuova impostazione del concetto di sviluppo che non tiene conto in primo luogo della crescita del reddito ma, anche e soprattutto, di altri indicatori quali: la salute, la longevità, il grado di istruzione, la possibilità di partecipazione alla vita sociale, ecc. Emerge perciò il concetto di "sviluppo umano" che viene indicato come il fine e l’obiettivo centrale di tutte le misure di politica economica.

Entra così nel linguaggio dei rapporti ufficiali - e non solo - l’espressione "sviluppo umano" ossia la possibilità di esercitare tre capacità essenziali: condurre una vita lunga e sana, essere istruiti, avere accesso alle risorse necessarie per raggiungere e mantenere uno standard di vita dignitoso.
Questi nuovi indirizzi teorici che vengono offerti all’agire economico e che vasti settori vengono sentiti come una necessità impellente per migliorare la qualità della vita in tutto il pianeta, purtroppo si scontrano con le misure di politiche economiche prese dalle grandi istituzioni economiche mondiali (vedi il recentissimo caso Brasile in cui la richiesta di riduzione della spesa pubblica a qualsiasi costo sta provocando necessariamente misure che si ripercuotono soprattutto sulle classi più disagiate), con una prassi economica e con un intendimento dei fini e degli obiettivi dell’agire economico che va in tutt’altra direzione, in quanto privilegia l’individualismo dell’ io agente e spinge verso una politica dei consumi dissennata, disastrosa sia per le comunità umane che per l’ambiente.

A me sembra che per affrontare in modo efficace il problema, bisognerebbe andare più a fondo nelle diagnosi e conseguentemente nella terapia.
Si tratta di comprendere che il concetto stesso di sviluppo umano viene da una nuova concezione antropologica, dalla nascita di un "uomo nuovo" che aggiunga alle sue dimensioni "moderne" di produttore e consumatore qualcosa che lo aiuti ad aprirsi all’alterità e lo liberi dalla chiusura e dall’egoismo. "Homo donator", ecco cosa ci vuole, un uomo capace di esercitare nelle attività pubbliche e in particolare in quelle economiche il dono, l’elargizione, la condivisione.
Solo così si può delineare una cultura nuova che esprima una visione dell’uomo e della società che risponda alle aspettative, ai desideri, alle richieste che il momento pone.
Possiamo chiamarla "cultura del dare".
Non si tratta di essere generosi, di far beneficenza o filantropia o tanto meno di abbracciare la causa dell’ assistenzialismo. Si tratta piuttosto di conoscere e vivere la dimensione del dono e del donarsi come essenziale all’esistenza della persona.

La cultura del dare ingloba sia una visione di insieme - l’uomo nel suo relazionarsi come centro e fine di ogni attività e realtà - che tutta una serie di atteggiamenti e comportamenti che qualificano le relazioni umane e le indirizzano verso la comunione, sinonimo qui di unità. Cosicché tutto è dono e un continuo donarsi.
La vera identità della creatura umana si esprime nell’essere dono in tutte le espressioni del suo vivere, nell’essere sempre nella posizione di donare, di dare.
Questa vera arte del dare sprigiona tutta una gamma di valori che qualificano l’atto del dare: gratuità, gioia, larghezza, disinteresse; e lo sottraggono da rischi e pericoli di essere frainteso o strumentalizzato.
Dalla reciprocità di queste relazioni nasce la comunione, l’unità.
L’essenza stessa della persona e della società è di essere "comunione".
La comunione è una realtà polivalente.
Religiosa e spirituale anzitutto perché ha la sua sorgente nella unitrinità del Dio di Gesù Cristo che si manifesta, si comunica e imprime il suo sigillo su tutta quanta la creazione. La comunione tra gli uomini è sostanziata da quel sigillo donato, ricevuto e vissuto.
Ma la comunione è anche categoria sociologica, "manifestazione della socialità reale" nel dire di Georges Gurvitch. In essa, secondo il grande sociologo russo, "l’immanenza reciproca tra gli Io, gli Altri ed il Noi si trova al suo apice". Il gruppo sociale o il noi che egli chiama "comunione" rappresenta infatti il minimo grado di fusione tra gli agenti operanti e allo stesso tempo realizza la massima liberazione da ogni pressione sociale sull’individuo: "i partecipanti a una "Comunione" si sentono come sollevati da un soffio liberatore che elimina tutti gli ostacoli, affrancandoli da sé stessi come da tutti gli altri legami sociali che potrebbero essere loro di impaccio" (La vocazione attuale della sociologia, 1950).
E’ certo che la comunione intesa da Gurvitch non è lo stesso concetto che viene posto a base dell’economia di comunione e i rapporti tra gli Io e gli Altri non sono comunionali in senso trinitario. Resta comunque un punto di confronto interessante e stimolante.
Con l’economia di comunione, la comunione assurge a categoria economica. Le imprese e gli operatori economici che agiscono al suo interno, sono chiamati e invitati, svolgendo la loro attività, a creare comunione.

La comunione entra di prepotenza, o di diritto, dentro la dimensione economica.
Un’antropologia di comunione: ecco l’humus culturale e spirituale da cui le imprese di economia di comunione possono sorgere, svilupparsi, dire una parola innovatrice, carica di speranza, realizzare eventi economici nel cuore stesso dove esse nascono: il mercato; ecco l’identikit dell’imprenditore e dei lavoratori delle imprese; la tessera di identità delle nuove attività economiche.
Da questo entroterra si può capire meglio quello che "bolle" dentro e attorno l’economia di comunione.

(02-03-2002)

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